¡STOP VIOLENCIA MACHISTA!

Lo scorso agosto camminavo per le vie di Granada (Spagna), assaporando – come tutti – una ritrovata libertà e normalità dopo che il Coronavirus ha sconvolto le nostre vite ed abitudini, quando mi sono imbattuta nel “segnale stradale” che vedete ritratto nella foto qui sopra.

Subito ho pensato ai mesi di lockdown trascorsi in Italia chiusa in casa, al sicuro dal virus e da ogni tipo di pericolo. Ma è stato così per tutti? Purtroppo no. Le misure di distanziamento sociale adottate dalla maggior parte dei paesi Europei per far fronte alla pandemia e tutelare, giustamente, il diritto alla salute, hanno avuto un impatto notevole sulle violenze domestiche, a discapito del diverso e non meno importante diritto all’integrità fisica. Una situazione già di per sé grave in condizioni di normalità, che durante il lockdown è peggiorata ulteriormente: le donne vittime di violenza si sono viste confinate, obbligatoriamente ed improvvisamente, in casa proprio con i loro aguzzini, con possibilità di fuga e di chiedere aiuto notevolmente diminuite.

Il tema è di grandissima attualità in questo momento, vista la recrudescenza del Coronavirus che sta inducendo diversi Governi europei ad adottare nuovamente misure di isolamento forzato. Ma questa volta non dobbiamo farci cogliere impreparati. È corretto adottare misure idonee a bloccare la seconda ondata di Coronavirus, ma è necessario che l’Unione Europea – ed in generale tutto il mondo - non si dimentichi delle donne e della loro tutela. Vediamo come.

La violenza domestica nell’Unione Europea durante il lockdown.

Un recente studio dell’Ente delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’empowerment delle donne afferma che, negli ultimi 12 mesi, almeno il 18% delle donne tra i 15 ed i 49 anni che vive in una relazione sentimentale sono state vittime di violenza.

Con specifico riferimento agli Stati Membri dell’Unione Europea, l’incremento della violenza domestica è stato purtroppo uniforme.

Ad esempio, in Francia, solo durante la prima settimana di chiusura, si è registrato un aumento del 32% delle violenze domestiche. In Irlanda c’è stata una diminuzione complessiva della criminalità nel periodo di restrizioni severe, escluse però le violenze domestiche, le quali sono aumentate del 30%.

Tendenzialmente, si è poi registrato un incremento di richieste d’aiuto pervenute alle linee telefoniche di assistenza predisposte per le violenze di genere. Tale aumento è stato pari al 70% in Belgio, al 47% in Spagna – dove sono stati consumati anche 35 femminicidi nella sola prima metà del 2020 - ed al 73% in Italia.

Questi dati sono davvero allarmanti se si considera che, molto spesso, le violenze di genere, specie quelle che si consumano tra le mura domestiche, non vengono denunciate per timore di ripercussioni e scarsa fiducia nel sistema di prevenzione e di contrasto delle stesse. Quindi c’è il pericolo concreto che i numeri delle violenze subite in ambito familiare dalle donne durante il lockdown siano maggiori.

Di questa situazione si è mostrata ben consapevole Marceline Naudi, Presidente del Gruppo di esperti sulla lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (GREVIO), la quale, in una dichiarazione del 24 marzo 2020, ha sottolineato la necessità di rispettare gli standard sanciti dalla Convenzione di Istanbul per tutelare le donne e prevenire la violenza domestica durante la pandemia.

Molti Stati firmatari hanno sicuramente adottato delle misure per far fronte all’emergenza nell’emergenza e tutelare le donne. Dalla Spagna, ad esempio, è partita l’iniziativa “Mascarilla 19”, un codice per la denuncia delle violenze domestiche che le donne potevano comunicare in farmacia al fine di attivare il sistema di tutela. Nella maggior parte degli Stati sono stati incrementati i servizi di ascolto e supporto, sia online che telefonico.

Ciò però non è stato sufficiente, i numeri parlano chiaro. I problemi sono rimasti molteplici.

Ad esempio, in alcune zone, i rifugi per la violenza domestica hanno dovuto interrompere i loro servizi perché non sapevano come gestire il rischio di contagio tra le proprie ospiti. Quindi le vittime, anche se hanno trovato il coraggio ed il modo di denunciare la violenza subita, comunque sono state costrette a rimanere nella stessa casa con l’autore delle violenze, continuando a subirle. Questo è veramente aberrante.

Ma ancora più grave è stata la sospensione dei servizi essenziali per fronteggiare la violenza domestica. Gli ospedali, quasi interamente destinati alla cura dei pazienti Covid, rappresentavano un ulteriore pericolo per le donne vittime di violenza: molte di esse, infatti, durante il lockdown, non si sono rivolte alle strutture ospedaliere per ricevere le cure di cui necessitavano poiché temevano il contagio da Coronavirus. I Tribunali di tutta Europa – e non solo – hanno sospeso la loro attività a causa dell’emergenza sanitaria, che non consentiva, agli operatori del diritto, di svolgere attività giudiziaria in sicurezza. In concreto, è stata negata giustizia e sicurezza a tutte le vittime di violenza. Per tutelare la salute di alcuni, sono state sacrificate la salute e l’incolumità personale di altre. E ciò, francamente, è davvero inaccettabile.

Cosa possiamo – e dobbiamo – fare in più.

Nelle ultime settimane, a causa dell’aggravarsi del quadro epidemiologico in Europa, Austria, Belgio, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca ed alcune zone della Spagna, sono tornate in lockdown.

Una risposta immediata e concreta alla violenza domestica deve essere prontamente trovata, per scongiurare il peggio. Altrimenti la responsabilità sarà di tutti noi.

In particolare, ritengo fondamentale continuare a garantire, nonostante le misure di distanziamento sociale, operatività, efficienza e continuità a tutta la rete che opera per la tutela delle donne vittime di violenza. Come ha giustamente affermato Marceline Naudi, devono essere coinvolti tutti gli attori di questo settore, dalle forze dell’ordine, ai servizi sociali e di supporto psicologico, al settore sanitario e quello giudiziario.

Di seguito vorrei proporre qualche spunto.

Innanzitutto, implementare ulteriormente le possibilità di denuncia e di supporto delle violenze domestiche. Non trascuriamo il fatto che, una donna vittima di violenza da parte del proprio partner convivente con cui è obbligata a condividere lo spazio di casa h 24 a causa dell’isolamento, difficilmente può parlare liberamente al telefono. Personalmente ritengo molto efficace la campagna spagnola “Mascarilla 19” e mi auguro che da essa quanti più paesi possibili prendano spunto. In generale, offrire supporto e sostegno alle vittime, guidandole sin dall’inizio nell’iter di denuncia, è la scelta vincente.

Tuttavia, trovare nuove modalità per chiedere aiuto senza allontanare le vittime dal luogo ove queste violenze si consumano è insufficiente. È necessario mettere in sicurezza le case rifugio per le donne vittime di violenza, facendole tornare ad essere operative a pieno regime. Se si teme il contagio Covid all’interno di queste strutture, che si sottopongano a tampone, in regime d’urgenza, le donne che necessitano di accedervi.

Ma soprattutto, garantiamo giustizia e protezione alle vittime di violenza domestica. Da Avvocato ho trovato davvero aberrante il blocco della giustizia per tutti i mesi di lockdown, negando giustizia a chi ne ha diritto. Spingiamo le donne vittime di violenza a denunciare, lasciando poi inascoltate le loro richieste d’aiuto. Il blocco della giustizia ha dimostrato tutta la nostra incapacità di reinventarci di fronte alle difficoltà. Non permettiamo che ciò accada di nuovo. Facciamo sì che la giustizia faccia il proprio corso, in sicurezza per tutti. A tal fine usiamo le tecnologie di cui siamo in possesso, le udienze facciamole, in presenza con i dispositivi di sicurezza oppure utilizzando i sistemi informatici.

Ci aspettano mesi difficili, e dobbiamo essere pronti ad affrontare anche questa sfida, non solo quella dell’emergenza sanitaria.