Non è un paese per i giovani

Il 15 luglio 2020 è stata celebrata la Giornata mondiale delle abilità giovanili. Questa giornata è stata istituita nel 2014 dall'assemblea delle Nazioni Unite con l'obiettivo di riconoscere e promuovere le competenze dei giovani di tutto il mondo e sensibilizzare la popolazione mondiale sulla questione della disoccupazione giovanile. Il ritratto della situazione emerso nel rapporto di quest'anno è particolarmente allarmante. Tra le misure adottate per far fronte al COVID-19, c’è stata anche la chiusura mondiale degli istituti di istruzione e formazione tecnica e professionale (TVET), azione che ha minacciato la continuità dello sviluppo delle competenze.

Si stima che quasi il 70% degli studenti del mondo sia stato colpito dalla chiusura delle scuole. Questa misura peggiora una situazione già grave. Come afferma il rapporto delle Nazioni Unite, prima dell'attuale crisi i giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni avevano già una probabilità tre volte maggiore rispetto agli adulti di essere disoccupati e spesso hanno dovuto affrontare un periodo di transizione scuola-lavoro prolungato. Nelle società post-COVID-19, poiché i giovani sono chiamati a contribuire allo sforzo di recupero, dovranno essere dotati delle capacità per gestire con successo le sfide in evoluzione e della resilienza per adattarsi alle interruzioni future.

La situazione in Europa

La situazione è particolarmente preoccupante quando si parla di Europa. Basti paragonare la situazione europea con quella, per esempio statunitense. Nel 2018 gli Stati Uniti avevano un tasso di disoccupazione totale del 4%, mentre Quello dell’Unione Europea era del 7,2%. Ma la differenza diventa macroscopica se si guarda la disoccupazione giovanile: nel 2019, negli Stati Uniti, era dell’8% circa, mentre, in Unione Europea era del 15%, cioè quasi il doppio. E le cose sono peggiorate anche nell'area dell'euro.

Con ciò non sosteniamo assolutamente che l’Unione Europea dovrebbe adottare un modello simile a quello americano. L’Unione Europea, ad esempio, sostiene spese sociali, come il welfare, che gli Stati Uniti, invece, non prevedono e di ciò le statistiche sopra citate non tengono conto. Tuttavia la situazione dei giovani nell'UE è molto grave, con oltre 3,3 milioni di giovani (di età compresa tra i 15 ei 24 anni) senza lavoro. Un altro problema, forse ben peggiore, che deve essere preso in considerazione è quello dei cosiddetti NEET, i giovani che "non lavorano né studiano né si formano". Si trattava di 5,5 milioni di persone nell'UE nel 2018.

La situazione a livello nazionale è diversificata e in alcuni paesi estremamente drammatica. I paesi che presentano una situazione peggiore sono Grecia (33,8%), Spagna (30,9), Italia (27,7), Francia (20,8) e Svezia (20,3%) ma anche in un paese molto ricco come il Lussemburgo la disoccupazione giovanile supera il 15%. Dall'altro lato, ci sono paesi come Germania e Paesi Bassi la cui disoccupazione giovanile è intorno al 6-7%. Particolare attenzione va riservata anche al tasso di occupazione di genere, soprattutto nella regione del Mediterraneo dove sembra che anche tra le nuove generazioni ci siano più uomini che donne che lavorano (si veda la seconda tabella). Nel complesso la situazione è grave: nell'UE circa un giovane su sette è disoccupato, e questo aumenta a più di uno su quattro in paesi come Italia, Spagna e Grecia. E ricordiamo che tutti questi dati (OECD) si riferiscono al 2019. La situazione sta peggiorando dopo la pandemia di coronavirus.

Mario Draghi al meeting di Rimini

In un recente intervento al Meeting di Rimini l'ex presidente della Bce Mario Draghi ha affermato che le politiche per i giovani dell'Unione europea negli ultimi decenni sono state del tutto insufficienti. Ha sottolineato come la situazione creata dalla pandemia non farà che aggravare le difficoltà dei giovani, dato che il debito creato con programmi come il Recovery Fund, necessari per affrontare la crisi, dovrà essere ripagato principalmente dalle nuove generazioni. Draghi ha dichiarato:

C'è anche un imperativo morale per fare questa scelta e per farla bene: il debito creato dalla pandemia non ha precedenti e dovrà essere ripagato soprattutto da chi è giovane oggi. È quindi nostro dovere fornire loro i mezzi per onorare quel debito e farlo vivendo in società migliori. Per anni una forma di egoismo collettivo ha portato i governi a deviare attenzione e risorse verso iniziative che generassero ritorni politici garantiti e immediati. Questo non è più accettabile oggi.

Inoltre, Draghi ha correttamente osservato che l'atteggiamento degli ultimi decenni era sbagliato e che in questo modo si dovrebbero spendere più risorse nell'istruzione e nella formazione.

Dobbiamo sostenere i giovani investendo nella loro istruzione e formazione. Solo allora, con la coscienza pulita di chi ha adempiuto alle proprie responsabilità, potremo dire ai più giovani della società che il modo migliore per orientarsi nel presente è progettare il proprio futuro.

https://www.youtube.com/watch?v=B8jjhdKycmc

Ovviamente questa posizione è condivisibile. Si potrebbe rispondere a Draghi che avrebbe potuto usare la sua influenza come Presidente della BCE per cambiare le cose. Ma non è nemmeno questo il problema. Il punto è che questi vaghi impegni non sono più sufficienti.

Cominciamo con una considerazione. I giovani non hanno bisogno di qualcuno che gli dica come progettare il loro futuro. Quello di cui hanno bisogno è che gli siano forniti strumenti e possibilità per progettarlo da soli e realizzarlo, non hanno bisogno di un modello imposto dalle vecchie generazioni e non vogliono (né dovrebbero) seguire le regole di questa società. La società attuale ha miseramente fallito nel suo compito principale: porre le basi oggi affinché i giovani abbiano un futuro domani. E ha fallito su tutti i fronti, primo fra tutti l’istruzione. Ancora non viene compresa appieno l’importanza di un sistema scolastico ben organizzato ed efficiente.

Basti pensare alla scuola negli ultimi 100 anni: nulla è cambiato. Nella maggior parte degli istituti d’istruzione europei, le lezioni sono ancora organizzate su base frontale, con un docente che, anziché “tirare fuori” dai propri studenti, come suggerirebbe l’etimologia del termine “educare”, si contrappone dall’alto della sua cattedra a questi, posti in uno schieramento di banchi che ricorda un esercito infarciti di nozioni prettamente teoriche e soprattutto uniformi per tutti, senza considerare le diverse inclinazioni dei singoli individui e senza svilupparne il pensiero critico. Nella scuola manca attenzione ai problemi attuali ed imminenti del nostro pianeta che come tali interessano in prima persona tutti noi, come l’ambiente, ad esempio. Ma per fortuna sono gli stessi giovani ad essere sensibili sul tema e, con i loro “Friday for future”, hanno forse insegnato qualcosa anche alle precedenti generazioni che di rispetto per il pianeta non ne hanno avuto, sempre a discapito del futuro altrui.

Allo stesso tempo, anche il costo dell’istruzione è aumentato in molti paesi è si è creata una maggiore differenza tra gli istituti di serie A e B. Le migliori scuole possono essere frequentate solo da coloro che possono permetterselo, quando invece un’istruzione di livello deve essere garantito a chiunque.

Ma migliorare la scuola, da solo, non basta. Negli ultimi 30-40 anni sono avvenuti profondi cambiamenti che hanno reso la situazione lavorativa molto più difficile. L'orario di lavoro è aumentato in molti paesi, il mercato del lavoro è diventato molto più competitivo con la globalizzazione e la quantità di competenze richieste per entrarvi è superiore.

Il tipo di lavoro che un giovane può ottenere è spesso temporaneo, con poche garanzie e poche prestazioni sociali. E anche i salari, anche con una laurea, sono molto più bassi rispetto alle generazioni precedenti. E tutto questo in una società che pensa solo al profitto, dove la disuguaglianza aumenta continuamente e le persone ricche sono diventate ancora più ricche durante la pandemia. E, cosa ancora più importante, una società che tratta il nostro pianeta senza rispetto e mette in gioco il nostro futuro e quello dei nostri figli.

Come possiamo risolvere il problema?

Ciò che serve non è solo un maggiore investimento. Non è sufficiente. Abbiamo bisogno di un completo cambio di paradigma. Un nuovo modello. A partire dal fatto che uno standard di vita dignitoso, una buona istruzione e una vita senza preoccupazioni di non farcela non sono cose che qualcuno dovrebbe conquistare. Sono diritti umani fondamentali, che dovrebbero essere garantiti a tutti e allo stesso livello. Questo nuovo modello non può essere fornito da persone come Draghi che ha costruito quello vecchio. Le nuove generazioni hanno l'obiettivo di costruire una società diversa basata su diverse visioni della parola. Una società in cui il lavoro fa parte della tua vita, ma è una cosa molto diversa dalla concezione sclerotica del lavoro di un'intera giornata che abbiamo oggi. Abbiamo bisogno di un buon numero di ore di lavoro, che consentano tempo libero, tempo per la famiglia e tempo per attività legate alla salute come lo sport. Una società che incoraggia le persone a sperimentare nuovi modi di lavorare e non che le blocchi in vecchie concezioni. Lo smart working è l'esempio perfetto. In molti paesi europei, l'organizzazione del lavoro era ancorata ad una visione vecchia e superata di lunghi orari d'ufficio. Doveva arrivare una pandemia per far capire a questa vecchia classe dirigente quanto già da anni indicavano tanti studi: chi lavora da casa non lavora meno. Semmai lavora di più, essendo più produttivo. Allo stesso tempo lo smart working deve essere regolato, e le persone che lavorano da remoto non dovrebbero essere raggiungibili a qualunque ora. La produttività non è determinata, soprattutto nel lungo periodo, dal numero di ore lavorate. È infatti dimostrato (ed è intuitivo, perfettamente razionale) che alla lunga lavorare più di 6 ore al giorno porta ad una forte diminuzione della produttività. Una persona felice, con una vita equilibrata, funzionerà ovviamente meglio. E da 4 a 6 ore di lavoro mirato sono molto più di 8 (a 12) ore che spesso vengono lavorate oggi in molte aziende.

Bisogna poi intervenire su tutti quei rapporti di lavoro iniziali, come ad esempio stage, di cui i datori di lavoro abusano. Sono migliaia le aziende che hanno un turnover di giovani competenti con contratti precari perchè costano meno di un dipendente con contratto di lavoro a tempo indeterminato. Questo si chiama sfruttamento e si giustifica dicendo che sono i giovani che non hanno voglia di fare e voglia di imparare un mestiere. Ma non è così. E’ giusto che un lavoratore competente, a prescindere dall’età, abbia un lavoro stabile ed uno stipendio dignitoso. Nessuno lavorerebbe volentieri per 500 euro al mese e con la spada di Damocle sul collo data dal fatto che non sa se il contratto gli verrà o meno rinnovato.

Bisogna poi creare nuovi posti di lavoro. Diversi studi hanno dimostrato che non vi è legame tra l’aumento dell’età pensionabile e la disoccupazione giovanile per i giovani, come molti partiti di destra in Europa vogliono farci credere. Un approccio più’ intelligente sarebbe invece quello di una graduale riduzione dell’orario di lavoro (e dello stipendio) dopo una certa età e fino al pensionamento, magari al contempo svolgendo funzioni di preparazione delle nuove generazioni. Questo consentirebbe di utilizzare la preparazione dei lavoratori con più esperienza per trasmettere ai giovani il proprio sapere. Allo stesso tempo farebbe si che i giovani ricevano preparazione adeguata e stabilità economica e lavorativa.

Tutti questi sono cambiamenti di paradigma necessari nel nuovo mondo che il fondo di recupero deve costruire. Ma ancora di più, la società dovrebbe essere governata da criteri diversi dal guadagno economico. Essere compatibili e sostenibili con l’ambiente è molto più importante. Non tutta la crescita economica è una buona crescita, soprattutto se a rimetterci è l’ambiente, o se va a vantaggio solo di una piccola parte della popolazione. La vecchia storia della torta più grande è migliore per tutti si è rivelata storicamente sbagliata. Le condizioni di lavoro e il tenore di vita dei lavoratori possono diminuire anche in presenza di crescita economica. Questo cambiamento può essere portato solo da queste nuove generazioni che capiscono cosa non funziona nel vecchio mondo. E sono pronte a cambiarlo.