Le Luci dell’Europa

“Ma ogni ombra in fondo è anche figlia della luce e solo chi ha potuto sperimentare tenebra e chiarità, guerra e pace, ascesa e decadenza, può dire di avere veramente vissuto.”

Il Mondo di ieri. Ricordi di un Europeo, Stefan Zweig

Questo titolo mi ricorda il film di Charlie Chaplin: City lights. Ma anche Giorgio Gaber con la sua città “Piena di strade e di negozi, e di vetrine piene di luce, Con tanta gente che lavora, Con tanta gente che produce”. Anche se con più ironia, c’è sempre questa idea che la civiltà e il genio di un luogo abbiano a che fare in qualche modo con la luce. La “bella città” di Gaber è proprio Milano, dove sono arrivata anch’io la penultima domenica dello scorso settembre per vedere la mostra di un’altro Giorgio: L’Europa della luce. Georges de la Tour è un pittore francese che viene artisticamente apparentato al Caravaggio per la sua interpretazione drammatica della luce e per come essa abbia definito i contorni di un nuovo realismo pittorico. Con Caravaggio e de la Tour, la pratica artistica prende ispirazione nel prosaismo e nella realtà di tutti i giorni: così diventa degna di rappresentazione anche una scena di taverna, una rissa tra musicisti di strada, persino la sacralità perde i suoi attributi classici e le solite distanti figure edificanti lasciano spazio a dei santi che assumono le sembianze di mendicanti senza aureola. La pittura di de la Tour rompe con la rappresentazione statica dei soggetti tradizionali “nobili” per raccontare le storie e la realtà degli uomini del suo secolo. Questo umanesimo ha generato le rivoluzioni artistiche più fertili proprio per l'essenzialità della sua idea: l'uomo è una materia di infinita ricchezza ed è quindi il lavoro su noi stessi che può renderci la più nobile fonte di verità e il punto di partenza per conoscere il mondo. Personalmente mi commuove come questo pensiero sia diventato la pietra angolare di tutti gli snodi importanti della storia occidentale delle idee: dal cinquecento di Erasmo, di Montaigne e di Descartes, al classicismo di La Rochefoucauld, di La Fontaine, ai Lumi di Rousseau, fino al nostro malinconico Stefan Zweig con il quale ho scelto di aprire questa riflessione. In tutti i momenti di luce insomma, di qualche progresso, siamo tornati a questo pensiero-madre. Come un fuoco prometeico, questa luce ha viaggiato nelle menti e nel tempo per modellare le più grandi visioni del mondo e della civiltà.

Oggi, però, la nostra Europa somiglia a quella di Stefan Zweig. E' un chiaroscuro travagliato con un tenue albore di candela, che già per un'ironica concordanza dei tempi, illuminava il Seicento di de la Tour. Allora era finito il primo umanesimo felice e l'Europa afflitta dalle guerre di religione stava facendo il lutto delle sue belle idee. Era il tempo della Riforma, ma non solo della Riforma dei manuali di storia. La Riforma che il Caravaggio e de la Tour stavano operando era un cambiamento ben al di là della sola fede: la loro Europa, con i suoi sogni delusi, stava mutando del tutto. Una strada consisteva nello sprofondare nelle tenebre, l'altra invece nel rinvigorire quel flebile lume del secolo passato per tramandarlo fino al seguente. Una piccola parabola dei tempi moderni, tutto sommato.

Credo che in certi momenti l'eco della Storia giunga al presente ancora prima che diventi a sua volta Storia. Questa delicata sovrapposizione delle circostanze ci offre la possibilità di vedere quale Storia faremo, le poste che stiamo giocando inconsapevolmente, forse da secoli. A causa di questo affascinante fenomeno, ho deciso di entrare a Palazzo Reale, dove si svolgeva la mostra, con degli occhiali particolari, per vedere cosa raccontano di noi le storie di de la Tour e quale ritratto dell'Europa moderna si rivela nei ritratti dell'Europa del Seicento, tra luce e tenebre.

Capitolo I:

Il Denaro versato, I Giocatori di dadi

L’Eurozona contro l’Unione europea

Queste due opere fanno parte della scenografia notturna di de La Tour, che si caratterizza da qualche elemento ricorrente: la fonte di chiarore centrale (nascosta o meno, con conseguente parte in controluce) e la rappresentazione, all'interno, di un'azione in corso - non più fissa e statica, ma in movimento, proprio drammatica. Attraverso i loro vestiti - o addirittura armature - la caratterizzazione dei personaggi ci appare indubbiamente nobiliare, e l'ombra di mistero che avvolge la trama lascia l'impressione che stiamo sbirciando nelle stanze nascoste di una dimora privata o magari nell’angolo appartato di una taverna.

Il Denaro versato prende la forma di un racconto che si potrebbe intitolare "il pagamento dei debiti" - un argomento scottante dell'attualità europea. Una somma di cui ignoriamo la natura prende tutta la luce del dipinto e sembra riverberarsi sui primi volti intorno alla tavola, scolpendoli come se fossero delle maschere. Da una parte un vecchio conta le monete di una borsa aperta, assistito dall'uomo che regge la candela; dall'altra il debitore, parzialmente nell'ombra, stringe la sua borsa fissando il registro aperto perfettamente al centro tra le due parti. Sembra l'ufficializzazione di una resa - pacifica sì, ma non del tutto accettata: l'uomo rassegnato nel pagare ha lo sguardo fisso e l'espressione rigida che suggerisce frustrazione o per lo meno una sorta di astio, che infatti lo tiene aggrappato alla sua borsa rimanente. In un momento così significativo come quello del saldo dei debiti (una circostanza familiare anche a noi ormai, e che la nostra modernità ci fa vivere ricorrentemente a diversi livelli: sia come individui, che come imprese, che come Stati), questa tensione sorda suggerisce quanto poco margine di decisione o ribellione il debitore ha nei confronti del suo creditore. Il libero arbitrio, il momento della scelta è passato e consisteva proprio nell'accettare le regole del prestito, ora sono tutte conseguenze che, a vedere l'espressione dell'uomo, pesano e sono subite. Questo disagio si è riproposto e ha attirato nuovamente la riflessione di tutti i cittadini europei con il recente dibattito tra "paesi frugali" e - quale sarebbe l'aggettivo politicamente corretto opposto a frugale? - non-frugali (“dissipatori” forse?). Il momento del bisogno, il momento dei conti: tutte occasioni rivelatrici che la saggezza popolare ci suggerisce di osservare attentamente per spartire gli "amici veri" e quelli di circostanza, quelli corretti e quelli approfittatori. Ed a questa legge non fa eccezione neanche la nostra moderna Unione europea, dove il crollo delle economie più deboli dopo la pandemia ha fatto riemergere la frattura tra le aree più ricche e quelle più povere. Ma quelle divisioni sono a valle di un'opposizione ben più determinante che nasce dallo scontro tra i due poli di potere: quello economico e quello politico.

La storia dell'UE testimonia il trionfo della visione degli economisti, avendo ridimensionato di fatto il progetto di costruzione dell'unione ad un (non tanto) semplice spazio monetario, che però - e questo rappresenta un primo ostacolo - rimane coabitante con le strutture antecedenti, ovvero secondo l'interpretazione di Carlo Galli: "Stati sovrani che hanno in comune una moneta unica e che hanno l’obbligo di pagare i suoi costi di tasca propria in casa propria; se proprio qualcuno è in difficoltà gli vengono offerti dei prestiti a condizioni carissime, non tanto economicamente quanto politicamente." Il problema del debito in Europa e il conseguente dibattito sul recovery fund sono quindi direttamente riconducibili all'interpretazione esclusivamente economica e non politica dell'unione: "il punto non è che il creditore rivuole i soldi indietro, ma proprio che siano prestati a debito! Se l’Europa fosse unita non sarebbe un debito: sarebbe quello che succede negli USA, creazione di moneta e redistribuzione alle aree che ne necessitano. Se l’Europa fosse unitaria si stamperebbe la propria moneta, ovvero la sua banca centrale, prestatrice di ultima istanza, attuerebbe la «monetizzazione del debito», comperando i titoli di debito dei vari Stati." La spiegazione di Galli mette in luce quanto sia fondamentale il tassello politico (ora mancante) nella costruzione dell'unione e nel recupero del suo senso anche economico.

Questo stato problematico dell'Europa "a metà strada"(tra Stati e Unione) sta lasciando l'esclusività dell’argomento della sovranità alla critica euroscettica. La sovranità è un argomento altamente strategico e non dovrebbe infatti essere un tema riservato ai movimenti di protesta nazionalisti - con il rischio evidente di consegnare il dibattito al fuorviante sovranismo. La richiesta di “ritorno allo Stato” è la manifestazione di un bisogno legittimo di reazione politica agli eccessi del modello neoliberale minacciante per le società. I movimenti euroscettici sono figli della preoccupazione delle nazioni che si rivolgono agli Stati per la propria protezione e chiedono la possibilità di rialzarsi politicamente contro l'egemonia del potere economico. La questione della sovranità è dunque una questione alla quale le istituzioni europee in primis devono confrontarsi ed usare come chiave di reinterpretazione dell'Unione. La risposta alle durezze sociali e alle contraddizioni del neoliberalismo è senz'altro politica e consiste nel ridisegnare il concetto di sovranità. Ma non può assolutamente essere lasciata a partiti indeboliti, destrutturati e abbandonati alle derive populiste dei loro "leader acchiappavoti". La sovranità è una questione strategica perché risolutiva in questo dilemma, ed era già all'origine del pensiero politico dei Lumi che hanno inventato le nostre democrazie moderne. Ritrovare questa luce e adattarla al contesto economico attuale (anche se molto visionario, Rousseau non è riuscito ad anticipare Reagan e Thatcher) è quindi essenziale per definire la sovranità politica nell'unione delle nazioni europee.

L'idea che i sovranisti si fanno della sovranità è fondamentalmente di un potere senza limitazione (non a caso per una parte di loro questa concezione accompagna una certa simpatia per i regimi autocratici), mentre i modelli governativi democratici tendono per natura a controbilanciare i poteri in modo da evitare il pericolo autocratico inerente all'esercizio del potere (anche questo raffinato concetto di ingegneria politica ci arriva dai Lumi). La sovranità dello Stato oggi è quindi limitata da certe determinazioni giuridiche, economiche e politiche, tutte però derivanti da scelte volontarie (attraverso un iter di approvazione parlamentare). Per esempio l’adesione alla NATO condiziona parzialmente la politica internazionale dei suoi membri, l'ingresso nell’Onu priva di fatto dello Ius ad Bellum dello Stato tradizionale. Ma quella che attira la protesta sovranista e ha le conseguenze più pesanti sulla vita concreta dei cittadini è la perdita della sovranità monetaria che, in poche parole, ci riporta alla scena del nostro dipinto. Il debito costante, le ingiunzioni delle politiche di deflazione sempre più violente e l'alienazione del potere politico: così come appare oggi, l'Europa concentra tutti i mali proprio perché la sovranità che ha tolto ai suoi membri non è tornata sotto nessuna forma di beneficio politico: c’è stata una congiunzione di interessi economici per un tempo, ma oggi vengono meno anche questi e con ciò la fatidica interrogazione: “che senso ha?”.

Qui ancora, potrebbe essere un’idea vecchia di 250 anni a portare una luce nuova sulla situazione attuale dell’UE. Nel suo Contratto Sociale, Rousseau aveva infatti colto l'importanza del concetto di trade-off che c’è alla base della costituzione della Società. Il momento del passaggio dallo stato di natura (nel quale “l’uomo è un lupo per l’uomo”) allo stato sociale (nel quale l’uomo ridiventa un “animale sociale”) consiste proprio in uno “scambio contrattuale”: io, singolo, rinuncio ad una parte della libertà individuale illimitata che avrei nello stato di natura (compreso il diritto di ammazzare il prossimo se dovesse presentarsi la necessità) per la creazione di un ente che provvederà - lui, non più io - alla mia sicurezza e alla salvaguardia delle mie libertà fondamentali. Stringere questo patto trasforma un gruppo di individui separati, conviventi sullo stesso territorio, in una società i cui interessi sono ormai ordinati in una scala di valori condivisi, ovvero un “bene comune”. Questo trade-off - per dirlo in modo settecentesco - diventa interessante per me solo se, a fronte di una parte delle mie libertà individuali, guadagno la garanzia di altre libertà collettive ed acquisto, in quanto società - ovvero, corpo dotato di potere costituente - il potere politico. Certo, è una facoltà indiretta (sceglieremo tutti un ente in cui deporremo fiducia e autorità per governarci), ma è una facoltà inalienabile e assoluta (qualora l’ente non assicurasse più le funzioni per le quali l’abbiamo scelto, potremo destituirlo). Per queste ragioni, nelle democrazie si parla della sovranità dei popoli - non degli Stati. E’ importante capire che questo cambiamento da collettivo sparso a Società unita non avviene per altruismo o buonismo, ma perché ciascun individuo capisce che la propria libertà verrà costantemente minacciata da quella degli altri che hanno come lui il potere di attuare il principio del rapporto di forza contenuto in natura: mors tua vita mea. In altre parole, poteva essere sostenibile lo stato di natura appunto nello stato di natura (tra l’altro del tutto teorico, se non preistorico: le risorse devono essere sufficienti senza bisogno di razionalizzarle e gli individui devono essere in pochi sullo stesso “territorio” per non minacciarsi), ma le nuove circostanze demografiche richiedono di razionalizzare il “vivere insieme”. E questo non solo nel secolo dei Lumi, anche oggi, pur dando per scontata l’unione degli individui nelle nostre nazioni e nelle nostre società moderne, si sta riproponendo in Europa la necessità di un’unione degli Stati praticamente negli stessi termini. Nell’UE - o meglio nell'Eurozona attuale - ci sono Stati formalmente sovrani che hanno rinunciato ad una parte della loro sovranità - soprattutto quella monetaria quindi - senza che da questa unione sia nata una sovra-sovranità politica che permetterebbe di riorientare il modello economico. C’è quindi bisogno di portare a termine il patto che c’è alla base dell’Unione degli Stati e per questo occorre rinnovare l’atto di adesione a livello sovra e inter-statale con l’obiettivo di ricreare il potere costituente e dunque la sovranità di questo nuovo corpo, che non deve più essere soltanto economico ma politico. La reciprocità tra quello che i singolari paesi membri mettono in comune e il potere che viene ridato loro come corpo unito deve essere assicurata, ed è urgente che lo sia per uscire dal vicolo cieco. Ma perché non si tratti di una semplice speranza, ci sono condizioni reali e realizzabili da assicurare. Una sovranità europea, degli “Stati Uniti d’Europa” deve dotarsi degli attributi della sovranità, ovvero - sempre secondo C. Galli: “dovrà prevedere un sistema istituzionale (...) in cui la Camera sia eletta direttamente dal popolo e sia centrale nel sistema politico, e l’esecutivo federale sia di fiducia parlamentare, oppure sia eletto anch’esso direttamente dal popolo, con la conseguente “provincializzazione” della politica dei singoli Stati. Dovranno esistere sindacati e partiti europei, e dovrà essere possibile una discussione politica radicale del paradigma economico oggi vigente, che va liberato dalle sue destabilizzanti contraddizioni. Dovrà insomma essere affermato a livello continentale il primato della politica”. La realizzazione di queste condizioni implica di fatto uno strappo, una vera rivoluzione politica ed economica che però è sempre riconducibile alla necessità e all’urgenza di un atto costituente su scala continentale. L’attuale Eurozona stessa è ormai minacciata dalle logiche sovraniste che nascono nei singoli paesi e dalle “tensioni sempre più forti tra le regole (tendenzialmente deflative) non più a disposizione degli Stati e le esigenze delle società nazionali, esasperate da crisi e austerità, che proprio gli Stati devono soddisfare”.

E così come la Grecia, la Spagna, l’Italia, anche il debitore di de La Tour dovrà rendere conto a chi sono stati tolti questi soldi - forse ad una moglie, ad un figlio, di sicuro alla sua comunità - ed è probabilmente per questo motivo che stringe la borsa rimanente con tratti tesi ed inquieti. Tra creditore e debitore gli interessi sono ancora troppo diversi e sta per implodere il rapporto, non solo nella scena del dipinto e non solo nei paesi “non-frugali”, ma proprio come modello di Unione in tutti gli Stati membri. Anche questa distanza - per non dire opposizione - di interessi e l’assenza di risposta politica nel risolvere questo conflitto ha portato ad un sentimento di diffidenza verso i governi e verso la politica in generale. La retorica populista capisce perfettamente questo sentimento nelle società e trasforma - virtuosamente, dobbiamo riconoscerlo - l’odio del politico in motore politico, promuovendo l’idea che c’è una sfera di potere - prevalentemente economico oggi sovrapposta al politico - che sta decidendo delle sorti del mondo. Un po’ come quei Giocatori di dadi del secondo dipinto di de La Tour che, nel buio protetto di una retro sala, si sono riuniti in un piccolo comitato aristocratico. L’azione qui non è offerta allo spettatore come lo era il denaro versato nel primo dipinto: il braccio di uno dei soldati ostacola la vista sul tavolo, e anche la candela, unica sorgente luminosa, ci è parzialmente nascosta creando un effetto di controluce in primo piano. Per non parlare del personaggio nella penombra sulla sinistra che sottolinea il carattere enigmatico, quasi losco della scena. Mentre tutti gli sguardi sono concentrati sul lancio di dadi, lui è l’unico che non sembra assorbito dal tavolo: il suo sguardo, quasi sprezzante, guarda oltre suggerendo un interesse diverso. Infatti, la sua mano tagliata dal bordo del quadro ma rivelata dall’effetto di luce sembra tramare qualcosa all’insaputa dei giocatori o forse d’accordo con qualcuno di loro… Un perfetto ritratto degli arcani del potere secondo l’immaginazione di certi leader di partito. Ma questa visione (un po’) caricaturale del potere si è radicata nelle menti e ha dato sintomaticamente vita ad una mitologia del “popolo versus il politico”, in quanto servitore degli interessi di pochi. Un’idea non del tutto scollegata da quello che la gente può vedere e intendere della vita politica europea. Cioè, poco.

Una buona politica è una politica capibile da tutti, luminosa direi. Ma oggi l’economia fa schermo ed ostacola il rapporto diretto tra l’elettorato e i governi. E’ diventata una scienza predominante e indiscutibile, soprattutto in momenti di crisi: ricordiamo lo slogan degli anni 80 di Maggie che, in risposta al moto dei minatori in sciopero, ammette e promuove l’impotenza politica “There is no alternative”. La politica è diventata uno strumento per il fine economico; in base alle necessità economiche si riorganizzano tutti gli elementi che impattano sulla vita dei cittadini: il lavoro, le tasse, il sistema sanitario, educativo. A tal punto che i governi diventano di fatto i garanti del funzionamento economico ed assicurano soltanto le condizioni della sopravvivenza del modello neoliberale, ovvero una struttura globale e una società sempre più sconnessa e allontanata dalla vita politica e dal suo potere costituente.

Tutto ciò che riguarda l’economia è stato sottratto alla valutazione ed alla critica, e così il modello economico di oggi non è più comprensibile. Dal progetto originale di ridistribuzione e sostegno della crescita, non è rimasto nulla, anzi, il fantasma demonizzato dell’inflazione ci fa adottare misure di austerità sempre più severe, tagliare salari e spese pubbliche - scelte di cui si è rivelato il vero prezzo pochi mesi fa quando le sale di rianimazione si sono saturate. Non è solo la sconfitta della politica, si tratta della dissoluzione degli interessi della società in quelli di un'economia malata e schizofrenica, con l’inevitabile e conseguente sconfitta dei partiti socialisti. “Questo perché il modello sociale del neoliberismo è quello di una società amorfa, composta di individui solitari, senza corpi intermedi, partiti, sindacati, ecc. Basta ricordare la famosa frase della Thatcher «There is no such thing as a society», la società è fatta di individui “imprenditori” che pensano solo alla massimizzazione della propria utilità individuale” ricorda Carlo Galli. La rivoluzione neoliberale va dunque ben al di là della sua applicazione economica e sta generando la società più contraria possibile all’idea umanista: ci impara a concepire l’uomo in termini di “capitale umano” che, esattamente come il capitale economico, segue le regole della necessità: va impiegato, mobilitato, utilizzato. Anche il nostro rapporto con il mondo sta cambiando, la nostra morale, il nostro pensiero devono essere utili ben prima che critici. Il nostro gusto stesso per le distopie (vedete le vendite record di 1984 e il successo di Black Mirror su Netflix) è sintomatico e tradisce, oltre alla preoccupazione, l’intento di capire quale futuro più catastrofico e distante dall’umano può realizzarsi.

Fino a quale punto riusciremo ad ignorare l’uomo e a scollegarlo dai modelli che determinano ed impattano direttamente la sua vita? Quanto sarà ancora possibile mantenere sistemi fine a se stessi (o al fine di pochi altri) decisi nelle retro stanze del potere economico, a porte chiuse, e che obbediscono a logiche esclusive e alienanti per l’uomo? E oltretutto, chi può rispondere a queste domande se non chi entra in politica oggi; chi manifesta, chi pensa, agisce, vota oggi; chi accetta o rifiuta l'avvilimento e la manipolazione dell’informazione e della cultura democratica; chi legge, ascolta, cerca la luce di altre idee - anche di altri secoli - per portarli nel nostro presente, per discuterne e dibbaterne oggi, adesso, in tutte le tribune aperte, in tutti gli spazi che possiamo prendere e in tutti dialoghi che possiamo avere. Se dobbiamo ridefinire una sovranità europea, non possiamo aspettarci che nasca dalle istituzioni che hanno fallito a costruire l’Unione, perché “non esiste una sovranità che nasca a tavolino. La sovranità è una esplosione di energia politica, non è un trattato, che al massimo può suggellare una sconfitta o una vittoria. Se esistesse una sovranità europea sarebbe nata da movimenti lotte rivoluzioni, come tutte le sovranità, anche quelle federali.” Carlo Galli parla di questa realizzazione come di un’occasione mancata e ormai persa, ma questo condizionale passato non è irrimediabile e crediamo che è possibile una sovranità europea e che nascerà dai movimenti, lotte, rivoluzioni che faremo noi e che sta a noi incominciare. Il tempo del crepuscolo finisce con la luce che accenderemo ora e per fortuna, rispetto a de La Tour, abbiamo l’elettricità...