Italexit: una minaccia o uno scherzo?

Un’indagine statisticacommissionata dal CISE (Centro Italiano Studi Elettorali) ha scoperchiato un vaso di Pandora, ed evidenziato un dato che ribolliva sotto la superficie degli umori dell’elettorato italiano. Pubblicato il 4 maggio, all’inizio della Fase 2 del contenimento dell’epidemia, lo studio CISE riflette lo stato di frustrazione, rabbia e risentimento che molti italiani avevano avvertito durante la fase più acuta dell’emergenza, quando alla solidarietà europea si era sostituito l’egoismo nazionalistico, con ogni stato intento ad accaparrarsi ad ogni costo le scorte mediche e materiali necessari a fronteggiare il virus anche a scapito dei vicini paesi dell’Unione. Alla luce di questi fatti, il 42% degli intervistati dichiarava che l’appartenenza all’Unione Europea fosse un fatto negativo per l’Italia, e solo il 35% dei partecipanti lo riteneva positivo. Il 35% del campione di indagine preferirebbe che l’Italia uscisse dall’Unione, e il 47% che vi restasse. Infine, un incredibile 85% degli intervistati dichiarava che i paesi dell’Unione non avessero aiutato adeguatamente l’Italia durante l’emergenza. Un ultimo dato estremamente interessante fornito dal CISE è la preferenza riscontrata per l’Italexit tra operai (49%) e disoccupati (48%), mentre gli imprenditori favoriscono la permanenza dell’Italia nell’UE (63%), seguiti in maniera meno convinta da impiegati (53%) e studenti (51%).

Nonostante l’indagine sia relativamente ‘datata’, e risalga a prima dell’approvazione del Recovery Fund, i dati forniscono due interrogativi principali. Il primo è il perché le classi sociali meno benestanti sembrino preferire l’uscita dall’UE. Il secondo, se l’Italexit abbia delle possibilità di realizzarsi in un futuro prossimo, specialmente in seguito alla nascita del partito Italexit fondato dal senatore ex-5 Stelle Gianluigi Paragone. Il primo spunto di riflessione riporta la nostra attenzione su una tematica già affrontata dal giornale, e cioè la scarsa popolarità dell’UE e dell’integrazione Europea tra i ‘perdenti’ della globalizzazione, cioè quei ceti e classi sociali che sono state più duramente colpiti dalla crisi del 2008 e ora dalla crisis post-Covid-19. Tenendo conto del fatto che l’Italia è un Paese fondatore dell’UE, una tale proporzione di Euroscetticismo è gravemente preoccupante, e costituisce un serio problema per la continuazione acritica dell’integrazione ‘sempre più stretta’. Dall’altro lato, i ‘vincenti’ della globalizzazione, le élite metropolitane o comunque i ceti medio-alti, vedono di buon occhio un sistema europeo che sembra privilegiare i loro interessi sociali ed economici.

Questa disparità di percezione dell’UE ha almeno tre cause. Una è di natura semplicemente logica. Considerato il fatto che il sistema economico, giuridico e politico dell’Unione diventa una realtà sempre più stringente e vincolante per la vita delle comunità del continente, è abbastanza logico che chi sembra non beneficiare da tale sistema si opponga ad esso in quanto simbolo del potere e dello status quo. Qualcosa di molto simile è accaduto in Gran Bretagna, dove i cittadini (spesso ingannati da decenni di disinformazione euroscettica e propaganda anti-europea) hanno scaricato la propria insoddisfazione verso il sistema economico-sociale nazionale su Bruxelles, lasciando invece al governo il partito Conservatore, che si è reso protagonista negli ultimi 10 anni di spaventosi tagli alla sanità, al welfare state, e alle forze dell’ordine.

Ma un’altra causa non meno importante è comunicativa. Negli ultimi 20 anni in Italia, nonostante il PIL e la ricchezza delle famiglia siano grossomodo rimasti invariati, personaggi politici come Silvio Berlusconi e Matteo Renzi hanno costruito la propria (nel caso del secondo, effimera) popolarità attraverso una retorica trionfalistica, che proclamava la crescita dei consumi e della ricchezza dei cittadini. Molti ancora ricordano in Italia la frase di Berlusconi sui “ristoranti sempre pieni”, o le slide di Matteo Renzi sulla creazione di posti di lavoro grazie al Jobs Act (in stragrande maggioranza posti di lavoro precari). Questi due premier hanno rappresentato per un lungo periodo, in maniera più o meno esemplare, l’Europeismo italiano contemporaneo. I dati economici deludenti, accompagnati al trionfalismo suddetto, certamente hanno incrementato il senso di frustrazione dei cittadini più fragili economicamente verso il sistema Italia come parte della famiglia dell’UE.

Infine, però, la causa forse più importante della sfiducia dei meno abbienti verso la UE è fortemente politica. Ancora oggi, il benessere sociale, economico, culturale e sociale di tutti i cittadini dell’Unione non viene messo al primo posto dai governi nazionali e dalla commissione. Seppur il Recovery Fund sia ambizioso, nessuno in Europa parla di un Reddito Universale (ovviamente da modulare attraverso meccanismi come le gabbie salariali), e chi lo fa come il movimento DiEM25 viene considerato estremista o semplicemente un incurabile idealista. La necessità di un tale intervento è a mio avviso resa chiara dall’affiorare, a causa della pandemia, di sacche della popolazione italiana ed europea incapaci di sfamarsi e acquistare beni di prima necessità. I fondi strutturali e i bonus temporanei, chiaramente, non sono abbastanza, ed è necessaria una strategia complessiva e pan-Europea per eradicare la povertà. Ne va della credibilità del progetto Europeo .

Il secondo spunto di riflessione, invece, pone dei problemi di sistema per l’UE. Può l’Europa esistere senza l’Italia? E può l’Italia esistere senza l’Europa? Alla luce dell’approvazione del Recovery Fund, la risposta a entrambe le domande sembra essere un secco no. Ma la questione potrebbe essere solo rimandata. Nel 2023 le nuove elezioni potrebbero consegnare un mandato governativo al duo Salvini-Meloni, e seppur i due abbiano moderato i loro strali euroscettici, possono facilmente riportare l’Italia sul binario dello scontro frontale con Bruxelles che il governo gialloverde del 2018-19 aveva già percorso. Uno scontro significherebbe polarizzazione, e gli Italiani potrebbero propendere sempre di più per un passo fuori dall’Europa, ad imitazione dei Britannici. Seppur l’ordinamento costituzionale Italiano non preveda referendum sui trattati internazionali (sarebbe impossibile, in breve, organizzare in Italia un referendum stile Brexit), ma sarebbe certamente possibile per un governo con un forte mandato euroscettico invocare l’articolo 50 del trattato di Lisbona, che inizierebbe il percorso di uscita dall’Unione dell’Italia.

Fantapolitica? Per ora, certamente sì. Il Presidente del Consiglio in carica, Giuseppe Conte, gode di una popolarità eccezionale tra gli elettori, ed ha costruito delle credenziali convintamente Europeiste sia in Italia che all’Estero. Durante le negoziazioni sul Recovery Fund, il premier Italiano (assieme agli omologhi spagnolo e portoghese) è stato instancabilmente propositivo del rendere il programma di rilancio UE il più ambizioso possibile, e si può anche dire che il duo Franco-Tedesco abbia fatto da semplice ma fondamentale sponda al piano di rilancio sostenuto dai Paesi Meridionali. Allo stesso tempo, però, i sondaggi elettorali indicano che alla popolarità del capo di governo non corrisponde ugual fiducia per le forze di maggioranza. Mentre la coalizione di centro-destra è preferita dal 49,1% degli elettori, una (ancora ipotetica) coalizione governativa raccoglierebbe oggi soltanto il 41,6% dei voti.

Al di là del dato squisitamente elettorale, l’Italexit è un potenziale problema politico, culturale e sociale per tutta l’Europa. E’ un problema, che se non risolto per tempo, potrebbe cambiare la natura e la collocazione geopolitica del Paese e del continente. Per prevenire questa bomba sociale, che non farebbe che aggravare la situazione economico-sociale delle classi meno abbienti (come la Brexit sta già facendo nel Regno Unito), è necessario combattere l’euroscetticismo a viso aperto. Il che non vuol dire incoraggiare un Europeismo acritico e che perpetui lo status quo Europeo. Invece, bisogna rinvigorire le file Europeiste e progressiste con personalità di competenza, legate al territorio e capaci di dialogare con i cittadini che vivono le zone più difficili d’Italia e dell’intero continente. Ad esempio, sarebbe utile vedere protagonisti nel campo progressista italiano donne e uomini come Elly Schlein, la giovane vicepresidente dell’Emilia-Romagna e candidata più votata di sempre alle elezioni regionali, e il sindaco di Bari e Presidente ANCI Antonio Decaro, recentemente proclamato sindaco più popolare d’Italia. Questi politici, allo stesso tempo Europeisti e capaci di dialogare con le periferie, i quartieri più disagiati e le aree meno industrializzate del Paese, rappresentano la spinta di rappresentatività che il campo progressista deve avere il coraggio di fare. Per non lasciare l’Italia, cardine culturale e politico dell’Unione, nelle mani di chi la vuole vedere sola e in perenne scontro con i suoi partner naturali. Uno scontro che non risolverebbe i problemi di chi vede, in maniera sbagliata, nell’Italexit la soluzione a tutti i problemi che affliggono il nostro complicatissimo Paese.