Chiamatelo per quello che è: Image-based Abuse

Era il 1611 quando Artemisia Gentileschi - la pittrice che ha realizzato l’opera che vedete ritratta qui sopra - venne violentata dal suo maestro. Artemisia lo denunciò ed affrontò un processo che, anziché essere contro il suo stupratore, di fatto fu contro di lei. Per testare la sua sincerità, venne sottoposta a torture fisiche ed il suo corpo venne esposto, nel corso di una serie di visite ginecologiche, al pubblico di Roma.

Sono passati oltre 400 anni e la situazione, purtroppo, non è molto migliorata, complice anche una diffusa incapacità nel gestire il progresso tecnologico. Vi faccio qualche esempio.

Negli ultimi giorni, in Italia, si parla di una maestra d’asilo ritratta, durante un rapporto sessuale, in un video e 18 foto che, il suo ex compagno, ha ben pensato di far circolare nel gruppo Whatsapp della squadra di calcetto. Indovinate un po’ com’è andata a finire? La maestra vittima della diffusione non consensuale, proprio per questo motivo è stata licenziata - con la minaccia di “non poter più trovare un lavoro” - e messa alla pubblica gogna dalla dirigente scolastica e dalla madre di un suo alunno.

Risale solo all’aprile di quest’anno, lo scoperchiamento, da parte di una testata giornalistica italiana, del vaso di Pandora di Telegram: una chat in cui oltre 43.000 iscritti, quotidianamente, si scambiavano foto e video erotici e sessuali, ovviamente senza il consenso delle protagoniste di essi. A volte, tale materiale riguardava delle minori, altre, vi era un vero e proprio incitamento alla violenza nei confronti delle donne, allo stupro, alla vendetta nei confronti delle ex.

Per chi ancora non comprendesse la drammaticità della situazione, riconoscendo attenuanti a questi comportamenti perché tenuti “online” e non “concretamente”, vale la pena ricordare cosa successe in Svezia nel 2017, quando tre uomini violentarono una donna trasmettendo in diretta Facebook il video dello stupro.

Potrei riportarvi migliaia di casi analoghi, visto che il 90% delle vittime di diffusione non consensuale sono, per l’appunto, donne, ma spero che questi vi bastino per comprendere la gravità di questa forma di violenza sessuale - perchè tale è - e, pertanto, la necessità di porvi rimedio. Chiaramente non si possono adottare soluzioni efficaci, se prima non si individuano i problemi concreti che si incontrano. Vediamoli assieme.

Un problema terminologico: cambiamo linguaggio.

Nel gergo comune, per definire tutti quei comportamenti che consistono nella pubblicazione e nella diffusione tramite Internet, di immagini, video e documenti erotici o che rappresentano atti sessuali, senza il consenso della protagonista, è invalso il termine anglofono “revenge porn”. Letteralmente “vendetta porno” ed è qui che si commette un primo gravissimo errore.

George Lakoff, nel suo celebre libro “Non pensare all’elefante!”, ci spiega l’importanza dei frame, ossia delle connessioni mentali che si attivano nel nostro cervello quando sentiamo certe parole. Se applichiamo il prezioso insegnamento di Lakoff al “revenge porn”, notiamo, immediatamente, come questa fraseologia sposti, ancora una volta, l’attenzione dalla vittima, denigrandola, per alleggerire la posizione del colpevole. “Revenge” (vendetta) sottende una risposta ad un precedente torto subito dalla vittima stessa. “Porn” (pornografia) richiama l’attività lavorativa che viene svolta da professionisti consensualmente, dietro corrispettivo e con l’intento, espresso fin dal principio, di diffondere immagini e video al pubblico.

E’ evidente quindi la distorsione nell’associare “revenge porn” a questi comportamenti: il colpevole viene giustificato perché avrebbe reagito dopo aver subito un presunto affronto e la vittima viene trasformata in una persona che liberamente dispone del proprio corpo acconsentendo alla diffusione di immagini o video che la ritraggono in atteggiamenti intimi.

Ciò non è accettabile ed il primo passo da compiere per punire - ora - ed evitare - un domani - questi comportamenti, è chiamarli con il loro nome tecnico: diffusione non consensuale di immagini sessualmente esplicite. O, se proprio si vuole usare un termine più gergale, “stupro virtuale”, perché di questo si tratta. La donna non è libera di disporre del proprio corpo come ritiene opportuno ed anzi, viene violata dal maschio in modi nuovi che sono - questi sì - al passo con i tempi e con lo sviluppo della tecnologia.

Un problema sociologico: cambiamo mentalità.

Purtroppo dobbiamo prendere atto che, nell’immaginario collettivo, donne e uomini non hanno la stessa libertà sessuale. E questo è un pregiudizio che accomuna sia alcuni uomini che alcune donne.

Torniamo al caso della maestra italiana: una donna decide di riprendere un rapporto con il suo compagno e di tenerlo privato, ma il suo compagno, diventato ex, lo diffonde al pubblico senza il suo consenso; per questo motivo, la donna, anziché essere trattata da vittima e difesa, viene additata, criticata, diffamata ed infine perde pure il lavoro. Facciamo un altro esempio: un uomo, professore di matematica, decide di investire sulla propria immagine ed inizia a pubblicare sui social - lui, in prima persona, è bene sottolinearlo - proprie immagini in abiti succinti; per questo, l’uomo, viene definito “il professore più sexy del mondo” ed ottiene un lavoro nuovo.

Capite bene che c’è una distorsione. Dobbiamo cambiare approccio e mentalità.

Innanzitutto, liberandoci dall’ingiusto quanto arcaico preconcetto secondo cui all’uomo è concesso tutto, mentre la donna ha una libertà sessuale - e non solo - limitata. Siamo tutti uguali e, se una persona, consapevolmente e volontariamente, decide di disporre del proprio corpo come crede, è libera di farlo, senza che qualcuno la critichi solo perché donna o lo apprezzi solo perché uomo.

In secondo luogo, consideriamo le vittime in quanto tali e trattiamole di conseguenza. Una donna che subisce diffusione non consensuale non “se l’è cercata” e non “se lo merita” solo perchè ha girato un video e simili, ma è una vittima. Capiamola, sosteniamola e combattiamo al suo fianco per ottenere giustizia ed impedire che, pro futuro, certi comportamenti siano tenuti ancora.

Infine, uomini, abbandonate questo pensiero machista per cui la donna è l’oggetto di cui potete disporre a vostro piacimento, compresa la sua immagine. Portate rispetto non solo a vostra madre, alla vostra compagna ed alle vostre figlie, ma a tutte le donne. Cambiate approccio, anche voi uomini che vi definite femministi: non pensate a come reagireste se la vittima fosse vostra sorella, ma come se foste proprio voi. Come scriveva Paulo Coelho: “mettiti sempre nei panni degli altri. Se ti senti stretto, probabilmente anche loro si sentono così”.

Un problema tecnologico: educhiamoci all’uso di Internet.

La tecnologia è sempre più presente nelle nostre vite e quindi anche nelle nostre relazioni. Prova ne è che, uno dei modi attraverso cui il colpevole entra in possesso delle foto e dei video è il cd sexting, cioè la condivisione con il partner di foto e video personali in atteggiamenti sessualmente espliciti attraverso social, chat ed in generale qualsiasi supporto tecnologico. L’unica soluzione in questo caso è porre davvero molta attenzione e selezione del soggetto con cui si decide di condividere i propri scatti.

Vi sono altre vie però attraverso cui video ed immagini intime possono arrivare nelle mani sbagliate e tutte nascondono un abuso di Internet da parte del colpevole, come ad esempio in caso di hacking. Altre volte, tuttavia, bastano dei piccoli accorgimenti per impedire che terzi entrino in possesso dei nostri materiali. Ad esempio, evitiamo di salvare le Password di accesso sui nostri ed altrui dispositivi: chiunque potrà infatti accedervi. Facciamo anche attenzione al backup, perchè ogni volta che scattiamo una foto con il cellulare questa può essere salvata anche altrove, come nel server dell’app che stiamo usando oppure nel cloud che abbiamo: anche in questo caso l’accesso a terzi è altamente possibile.

In buona sostanza, dobbiamo essere al passo con i tempi e con il progresso tecnologico ed imparare ad usare e gestire in sicurezza tutti i nostri dispositivi.

Un problema politico: facciamo una legge europea.

Se vi state domandando di quali strumenti di tutela possa avvalersi una vittima di diffusione non consensuale, la risposta, purtroppo, è gran pochi. Non esiste infatti nessuna normativa dell’Unione Europea che disciplini questa materia. Soccorrono quindi le legislazioni dei singoli Stati Membri, laddove vi siano, ovviamente. In Europa sono pochi gli Stati che, ad oggi, hanno adottato una legge contro la diffusione non consensuale di immagini sessualmente esplicite. Questa condotta costituisce reato solo in Spagna, primo stato europeo a munirsi di una legge in materia nel 2015, Francia (nel 2016) Italia (nel 2019) e Belgio (nel 2020). In Germania le vittime possono invece ottenere giustizia solo in sede civile - ottenendo un risarcimento del danno - grazie ad una rigida interpretazione delle leggi sul copyright, ma nulla invece a livello penale.

Per capirci meglio facciamo un esempio: prendiamo tre donne le cui immagini intime vengono diffuse senza il loro consenso in Italia, Germania e Polonia. Esse riceveranno tre diverse risposte: in Italia la vittima potrà denunciare il colpevole, che andrà a processo e potrà essere condannato fino a 6 anni di carcere, nonché ottenere anche una somma di denaro a titolo di risarcimento del danno subito; in Germania, otterrà solo il risarcimento del danno; in Polonia non avrà niente. Capite che non è assolutamente possibile che una persona riceva o meno tutela in base allo Stato in cui si trova.

E’ assolutamente necessario che l’Unione Europea prenda dei provvedimenti, sia in ambito penale che in ambito civile. Purtroppo, però, non è così facile come può sembrare.

Nel settore penale ci scontriamo con un primo grande problema: l’Unione Europea non ha competenza in materia penale, quindi, con un proprio atto, astrattamente, non potrebbe stabilire che la diffusione non consensuale costituisca reato in tutti gli Stati Membri, essendo questo prerogativa esclusiva di questi ultimi. Tuttavia, dopo Lisbona, il Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea attribuisce al Parlamento ed al Consiglio Europeo il potere di emanare direttive con cui definire i caratteri essenziali dei reati che presentano il carattere di transnazionalità e che riguardino specifiche materie, tra cui la criminalità informatica (art. 83). Facendo leva su questa norma, quindi, l’Unione Europea ben potrebbe emanare una direttiva che punisca l’abuso basato sulle immagini, obbligando così gli stati ad adottare delle leggi in materia.

In ambito civile, invece, il Legislatore europeo potrebbe occuparsi della materia nell’immediato attraverso il Digital Service Act che si appresta ad approvare. Tuttavia le recenti tre risoluzioni del Parlamento Europeo sul punto non lasciano molto ben sperare, posto che l’approccio è quello di regolare esclusivamente i settori dell’economia e dell’informazione digitale. Nessuna misura è stata però preannunciata in materia di abuso di immagini. Francamente non si può assolutamente tralasciare un aspetto così importante.

Preso atto di questi problemi, non ci rimane che metterci tutti all’opera: insieme possiamo sconfiggere lo stupro virtuale!