Pietà per i figli

Era l'antico istante in cui l'uomo dice, come nel Vangelo: "Donna, che cosa c'è tra te e me?". L'antico istante della pietà per le donne.

Anni fa un mio amico con idee complesse e spietate sul genere femminile mi consigliò un ciclo di quattro romanzi scritto da Montherlant: Le Ragazze da marito (composto da: Le Ragazze, Pietà per le Donne, Il Demone del bene, Le Lebbrose). Questa lettura si diffuse poi nella nostra piccola cerchia: eravamo nell’età dell’effervescenza intellettuale e quasi perfettamente bilanciati “genericamente” - due ragazzi e tre ragazze - il ché ci rendeva un ottimo laboratorio di osservazione della raffinatissima misoginia di Montherlant. Attorno a Costals, narratore e protagonista centrale, le figure femminili erano Andrée Hacquebaut, un'innamorata isterica che ostenta un intellettualismo di postura per attirare la sua attenzione, e Solange, la grazia del naturale - letteralmente il suo nome è composto da Sole ed Angelo - sempliciotta ma tanto cara. Anche se diverse, queste due figure illustrano binariamente un'unica tesi dichiarata in apertura:

Le ragazze sono come dei cani abbandonati, uno non li può guardare con un pò di benevolenza senza che credano che li state chiamando, che li accoglierete, e senza che vi mettano, scodinzolando, le zampe sui pantaloni

Fa venire i brividi, vero? Ma forse solo perché siamo abituati ad un disprezzo più velato, un odio che utilizza codici meno frontali e ben più distillati nella nostra cultura. La misoginia moderna non è così schietta e stonante rispetto alla norma, bensì qualcosa di condiviso ed assimilato all'ambiente culturale, attorno alla quale si è creato un consenso attivo e passivo - anche femminile. Lo sfondo culturale ha assorbito questa aberrazione, facendolo sembrare un pensiero innocuo, banale, impercettibile, a volte addirittura ipocritamente lusinghiero. In quanto tale, è sensibilmente più dannosa delle provocanti divagazioni di Montherlant. La rappresentazione culturale - oggi vale a dire mediatica - della donna è avvilente e anacronistica come lo evidenzia il documentario di Jennifer Siebel Newsom (ed in generale tutto il fantastico lavoro dellaRepresentation Project team) disponibile su Netflix: Miss Representation (leggete: Misrepresentation). https://www.youtube.com/embed/W2UZZV3xU6Q?feature=oembed

Questo disagio riguarda senz'altro in primo luogo le donne, agendo sulle corde più sensibili della loro psicologia e del loro intimo rapporto con se stesse. Ma una società malata nella sua percezione della donna è patologica anche nella suavisione dell'uomo e rende nevrotico il rapporto tra i due in tutte le sue forme. Le categorie culturali che ci identificano come donna e come uomo mancano di diversità e impongono una percezione senza alternativa della nostra realtà di esseri umani, negandone la complessità. Impariamo a concepire il nostro rapporto (con noi stessi e con gli altri) su questo unico modello e a sentire come a-normale qualsiasi altra realtà, impoverendo sia le nostre esperienze sociali che le nostre capacità intellettive. Infatti, la sfida del femminismo contemporaneo consiste proprio nel fatto che si tratti di un problema culturale, perché in quanto tale è anche pervasivo. Una cultura non condiziona solo ciò che pensiamo ma anche - e questo è il danno più grave - come pensiamo: oltre ai contenuti di pensiero agisce sulle strutture stesse del pensiero. Pensare al di fuori della propria cultura risulta dunque un'impresa faticosa, esige una messa in dubbio costante delle idee che si sono sedimentate in noi inconsciamente e che facciamo fatica a scovare. Il proposito del femminismo richiede quindi il massimo del nostro senso critico (soprattutto quello delle donne) in quanto si tratta di mettere « sotto indagine » le proprie rappresentazioni per produrre una nuova coscienza collettiva.

Questo lavoro di ridefinizione va inoltre svolto pragmaticamente, analizzando e rispondendo alle problematiche contemporanee. Lo stato di ineguaglianza attuale è stato reso possibile anche da un concorso di circostanze - o meglio, di poteri - tra cui la complicità istituzionale ha un ruolo determinante e particolarmente evidente nell’ambito lavorativo. Oltre alla disparità di salario, la realtà lavorativa risulta una vetrina dove viene riflessa, ma anche incubata, una certa rappresentazione della donna.

Oggi però, ci sono grandi speranze nel dibattito che occupa lo spazio pubblico, grandi innanzitutto perché stanno cambiando le modalità e le fondamenta di questa "lotta" ed a prendere la parola contro questo stato socio-culturale ora sono anche gli uomini, non per altruismo, non per pietà per le donne, ma perché anche gli uomini aspirano ad un nuovo modello di virilità. In Francia - un paese ancora indietro su questa tipologia di uguaglianza, nonostante ilmotto nazionale - sono i papà a sollevare la questione del congedo paternità (11 giorni, weekend compresi + 3 giorni per la nascita contro i 10 mesi della donna). Che cosa implica nel nostro immaginario collettivo che una donna debba accollarsi il dovere di crescita nei primi 10 mesi del neonato? Peggio ancora: non ci sono solo due tipi di congedo (maternità e paternità), ce n'è un terzo: il congedo parentale - fruibile sia dal papà che dalla mamma - per il quale tuttavia la compensazione è così bassa (300-400 € al mese in Francia) da far sì che il 97% di questi tipi di congedo siano richiesti dalle donne - che hanno lo stipendio più sacrificabile della coppia. Così dovranno mettere la loro carriera in attesa, e così rinunciare a stipendi più alti, e così tornare a prendere il congedo parentale. Vedete il cane? Esatto, si sta mordendo la coda! Altri paesi come la Svezia mettono a disposizione 480 giorni divisibili tra padre e madre, o la Finlandia sei mesi sia per il padre che per la madre - e sono obbligatori. Simbolicamente, che il padre abbia lo stesso diritto e lo stesso dovere della madre nei confronti del neonato è dirimente nello sconfiggere il male breadwinner model of family alla Ingalls (per chi avesse meno di trent'anni, mi riferisco alla super vintage serieLa Piccola casa nella prateria, bellissima testimonianza di come la rappresentazione culturale della famiglia negli anni 70 è ancora orgogliosamente erede di un maschilismo anteguerra) e il manuale della perfetta casalinga scuolaMad men (modello paurosamente attuale in ambito lavorativo). Ma non solo. Se il segretario di Stato francese Adrien Taquet porterà a fine il progetto di allungare il congedo paternità, costituirà una leva concreta e cruciale nello sviluppo della parità: un datore di lavoro che valuta come rischio l'assunzione di una donna "in età di gravidanza", finalmente dovrà esporsi allo stesso rischio con l'assunzione di un uomo. Se riuscissimo a bilanciare i due congedi per dividere il peso mentale e fisico - particolarmente provante - delle prime settimane del neonato, una donna potrebbe finalmente scegliere il proprio equilibrio tra famiglia e lavoro. Questo indica quanto la ridistribuzione del rapporto tra lavoro e famiglia sia legata ad una ridefinizione della funzione dell’uomo nella coppia. La garanzia di questo nuovo modello sociale -Dual Earner/ Dual Carer model (DEDC) - va supportata da un certo tipo di Welfare statale, come lo evidenziano gli studi del SAAGE:New visions for gender equality (in particolare l’articolo di F. Luppi e A. Rosina: "From a single breadwinner model to two breadwinners to double earner/carer – do we need a new model?"). Se ammettiamo quindi che l'obiettivo del Femminismo oggi è di disegnare un progetto di società egualitaria, diventa necessario coinvolgere l'uomo come partecipante attivo nella rivalorizzazione della donna, così come è necessario che le Istituzioni pubbliche facciano da leva nella legittimazione e nel riconoscimento comune di questo nuovo equilibrio. Il cambio delle mentalità ha bisogno di un investimento sociale e di un appoggio istituzionale più forte. Questo perché il disfunzionamento sociale nei confronti della donna non è una questione femminile, ma è un'emergenza collettiva: lo dimostra il fatto che la disparità tra i congedi sia segnalata come un'ingiustizia dai padri, sottolineando inoltre il bisogno di un nuovo modello di virilità e di paternità.

Ad aprire il rapporto della società ad una cultura più inclusiva è anche la voce delle donne stesse, che parlano della propria verità e si riappropriano della loro immagine. Molti temi considerati come prettamente femminili si stanno facendo spazio nel dibattito pubblico. Personalmente mi ha colpito quanto sia stata trascurata la questione del parto fino a pochi anni fa - il fenomeno più scontato per l'umanità e più traumatizzante per la donna. Solo oggi gli uomini - ma anche le giovani donne che non hanno vissuto questo momento - possono percepire differentemente questa realtà ed accedere ad una rappresentazione dissidente rispetto allo stereotipo di una maternità felice e beata. Queste testimonianze permettono di plasmare un'altra idea della donna introducendo una parte importante della sua realtà femminile. Sono quindi essenziali nello strappare il monopolio della rappresentazione alla cultura maschilista che ha creato stereotipi superficiali ed attese inverosimili nei nostri confronti - una nuova mamma potrebbe non essere colma di gioia dopo lo sconvolgimento fisico, psicologico e il cambio di vita che comporta il parto. Nel momento cruciale di vita che rappresenta questo evento, prendere in considerazione che una madre non smette di essere una donna mi pare una sensibilità civica fondamentale.

Un altro esempio dell’apporto femminile al dibattito pubblico è la voce di Maia Mazaurette e il suo fantastico lavoro per l’avvenimento della “vera rivoluzione sessuale”. Consiglio con grande entusiasmo il suo libro Sortir du trou (letteralmente "Uscire dal buco", figuratamente è un gioco semantico con l'espressione francese che significa "uscire da un vicolo cieco, trovare una via di uscita ad un problema").

Disponibili sottotitoli in inglese: https://www.youtube.com/embed/U4z_aWf2DKQ?feature=oembed

Nella sua brillantissima lezione di educazione sessuale, Maia ci spiega come il sesso sia l’esperienza comune ad entrambi generi - ma poco “condivisa” - dove si riverberano meglio i paradossi e i danni del diktat socio-culturale. In quanto focalizzazione degli interessi, la sessualità è un ambito manipolato dai media e particolarmente permeabile alla rappresentazione stereotipata della donna, dell’uomo e del sesso in generale, creando esperienze sempre più lontane da una forma semplicemente umana. Ma è altrettanto vero che “la cultura siamo noi” e questa prigione fatta di sociotipi e di condizionamenti culturali è reversibile da noi e per noi - donne e uomini -, per un bene comune.

Le nevrosi autolesioniste della società attuale sono cresciute all’ombra delle rappresentazioni striminzite e ottuse della donna e della conseguente glorificazione di una virilità onnipotente. Sono il prodotto di un'eredità culturale passata che va sorpassata. La rappresentazione femminile che abbiamo ereditato non è solo fuori luogo, è obsoleta e incoerente per tutta la società contemporanea. Questo nuovo modello di donna va definito con un nuovo femminismo. Gli schemi di pensiero devono cambiare, dobbiamo esigere un approfondimento delle riflessioni sulla parità e l’uguaglianza ancora troppo superficiali, e dobbiamo farlo in maniera autocritica, rimettendo sempre in dubbio il nostro pensiero dove si sono seppelliti e sono diventati invisibili i germi di questa cultura. Occorre interrogarci ad esempio sul senso di un femminismo radicato nell’opposizione uomo-donna e che - come il maschilismo del dopoguerra - rimane accecato da una lotta di genere sterile e senza orizzonte di riconciliazione per la società. Lascia perplesso anche il senso di una parità che consisterebbe nel creare un modello femminile identico a quello maschile, realizzando così la controproducente negazione del proprio valore per adottare e consacrare come unico riferimento quello maschile.

La nostra realtà chiama azioni - azioni immediate ed azioni di lungo termine - che devono operare un cambiamento culturale rispetto all'idea della donna. Finora questa rappresentazione escludeva paradossalmente la donna, credo quindi che l'atto di rifondazione debba consistere nel reinserire la parola delle donne. Per questo gli esempi rilevanti che stanno rivoluzionando il modus operandi del femminismo sono proprio quelli in cui le donne testimoniano della loro realtà e del loro punto di vista. Questo però non è nuovo, lo fanno dagli anni 60. La novità è che lo stanno facendo impostando un dialogo, interrogando non solo gli uomini ma innanzitutto la mentalità collettiva. La caratteristica del nuovo femminismo è di essere dialogico: sta operando un ampliamento del suo perimetro di azione. Non è più un femminismo per le donne contro gli uomini ma un femminismo delle donne e degli uomini per la società e contro un'eredità culturale tossica per entrambi. E' una svolta che deve essere metabolizzata e compresa da tutti gli attori per essere effettiva e "muovere" significativamente gli schemi di pensiero. D'altronde, stiamo rilevando sintomi di disfunzionamento in tantissimi altri aspetti della nostra vita sociale e politica dove abbiamo sostanzialmente fallito nel fare la sintesi delle nostre differenze per un bene comune. Spetta ormai alla nostra generazione mettere in atto utopie realistiche per domani. L'amara "pietà per le donne" di Montherlant deve convertirsi in una preoccupazione di tutti per le prossime generazioni: dobbiamo avere pietà per inostri figli.